Guida alla pratica meditativa di Vajrakīlaya
Una Guida alla Pratica Meditativa di Vajrakīlaya
di Kyala Chemchok Döndrup Tsal
Namo Guru Śrī Vajrakumārāya!
Quando pratichi lo yoga del Glorioso Vajrakumāra, addestra innanzitutto la tua mente attraverso il sentiero comune, ricevi le iniziazioni e mantieni i samaya.
Quindi, all’inizio, con ardente desiderio e devozione, prega il tuo guru radice che è la fonte stessa di tutti i siddhi supremi e ordinari, e delle benedizioni dell’yidam-deità.
Successivamente, rivolgi la tua attenzione verso gli infiniti esseri senzienti, e rifletti:
Essendo deliranti per via delle afflizioni, accecati dall’ignoranza,
Ogni singolo passo che compiono
È sull’orlo di uno sterminato precipizio.[1]
Come sottolinea questo verso, tali esseri sono confusi su cosa adottare e cosa evitare, e sono tormentati dai tre tipi di sofferenza. Contemplando ciò, sviluppa un’intensa e appassionata compassione. Poi prendi la ferma risoluzione: ‘Ora, affidandomi allo yoga profondo di Vajrakumāra, suscita una profonda aspirazione all’ottenimento dello stato del Glorioso, in grado di condurre tutti questi esseri alla perfetta buddhità.’
Per la pratica yoga principale, è essenziale non separarsi mai dai tre riconoscimenti:
Il riconoscimento di tutte le apparenze come il divino maṇḍala del palazzo (il supporto) e delle deità (ciò che vi dimorano) di Vajrakumāra;
Tutti i suoni come il mantra di Vajrakīlaya;
E tutti i pensieri come il gioco dinamico di beatitudine-vacuità, la Mente di saggezza del Glorioso.
Nella nostra tradizione Ngagyur Nyingma in particolare, distinguiamo tra mente ordinaria (sem) e consapevolezza (rigpa). Qui consideriamo la coscienza pristina di rigpa [rigpa yeshe], che non è mai stata macchiata dalle apparenze fenomeniche del saṃsāra - pensieri concettuali e apparenze di vera esistenza - e che incarna pienamente tutte le qualità del nirvāṇa - le qualità illuminate di corpo, parola e mente di tutti i buddha delle dieci direzioni e dei quattro tempi - come il terreno, esattamente com’è stato introdotto. Viene infatti detto:
Quando la dualità di osservato e osservatore viene frantumata con phè,
si incontra direttamente l’entità stessa della consapevolezza, al di là della mente.
Allo stesso modo, pronunciando hūṃ, recidi le concettualizzazioni circa l’osservato e l’osservatore, e dimori direttamente nella consapevolezza priva di artificio. Mentre ogni concettualizzazione circa soggetto e oggetto si dissolve nella dimensione fondamentale, riconosci la dharmatā della consapevolezza non bloccata e illimitata, il Vajrakumāra ultimo. Dall’interno di questo stato, l’aspetto di chiarezza della dharmatā del Vajrakumāra ultimo, appare vividamente come la deità simbolica del maṇḍala di Vajrakumāra, con tre volti e sei braccia e con il suo palazzo e le sue deità, brillanti come stelle e pianeti che si riflettono in un lago.
Il maṇḍala irato che appare in Akaniṣṭha - maṇḍala di Vajrakumāra, il palazzo celestiale, le deità e dei cimiteri ove divampano montagne di fuoco – sono espressione spontanea della coscienza pristina del Glorioso, non v’è altro che questo.
Qui l’entità della tua stessa consapevolezza [rigpa] è inseparabile dalla Mente del Guru Vajrakumāra, e nello stato di equilibrio meditativo, la coscienza primordiale si manifesta come il palazzo e le deità.
Non si tratta di trasformare artificialmente questo mondo e i suoi abitanti - che non erano divini - in un maṇḍala divino di nuova costruzione. Piuttosto, si dice:
‘Questo è solo un richiamo all’entità del maṇḍala
Com’è stato fin dall’inizio,
Non la creazione di qualcosa che non esisteva’.[2]
Sebbene la mente stessa, sia da sempre della natura del maṇḍala delle deità straordinarie e pure, espressione spontanea di rigpa, non la vediamo per via dei pregiudizi e dei venti karmici.
Qui, troncando i pensieri concettuali insieme ai modelli subliminali, medita sul maṇḍala esattamente come espressione spontanea di rigpa.
Idealmente, rimani inseparabile dalla manifestazione apparente di questo maṇḍala divino del palazzo e delle deità. Eppure, se anche l’aspetto della deità non emerge chiaramente, dall’interno di rigpa, l’indivisibile saggezza di beatitudine-vacuità della mente del Guru Vajrakumāra, allora tutto ciò che viene riconosciuto come manifestazione spontanea della mente di saggezza di Vajrakumāra. Ciò è noto come riconoscere le apparenze come deità. Com’è stato insegnato:
L’entità del mantra è la deità;
L’entità della deità è la luminosità.
Allo stesso modo, il mandala di Vajrakumāra sorge come il mantra “oṃ Vajrakīlaya…”. Allorché non sorgesse come questo mantra, quando tutto viene riconosciuto come la manifestazione spontanea della saggezza e tutti i suoni sono compresi come la manifestazione della mente di saggezza pristina di Vajrakumāra - l’autocoscienza – e allora è comunque lecito chiamare questo riconoscere i suoni come mantra.
Dimorare incrollabilmente in uno stato in cui si riconosce l’inseparabilità della consapevolezza presente priva dell’afferrarsi e dell’aggrapparsi della mente di saggezza di beatitudine-vuoto del Guru Vajrakumāra significa riconoscere i pensieri e ricordi come Mente di saggezza.
È fondamentale comprendere l’indivisibilità dal guru implicita nel termine Guru Vajrakumāra. In generale, tutti le realizzazioni supreme e comuni sorgono affidandosi al guru. In particolare, quando ricevi l’iniziazione nel maṇḍala di Vajrakumāra, il maestro appare sotto forma delle deità e del palazzo di Vajrakumāra, inseparabile dagli esseri di saggezza che dimorano in Akaniṣṭha, e benedice il tuo flusso mentale come il maṇḍala di Vajrakumāra. Tutte le successive pratiche di meditazione servono a nutrire e sostenere proprio quella benedizione.
Per quanto riguarda la vasta portata di questo maṇḍala della deità, l’intero saṃsāra e il nirvāṇa sono completi all’interno della vastità [di rigpa] e non sono altro che tale consapevolezza. Tutti i fenomeni impuri del saṃsāra sono semplicemente attribuzioni del pensiero – non sono effettive ma forme con apparenze vuote. Per esempio, quando un disturbo biliare viene curato, l’aspetto giallo di una conchiglia bianca svanisce naturalmente, così anche quando la mente dimora nella meditazione - libero dal concettualizzare e inseparabile dalla saggezza di beatitudine-vacuità della mente del guru - tutti i pensieri concettuali e le apparenze erronee vengono purificati nella dimensione fondamentale della realtà. I fenomeni puri del nirvāṇa - i corpi illuminati, le terre pure e tutte le altre qualità dei buddha delle dieci direzioni e dei quattro tempi - sono già pienamente presenti nell’estensione dell’autoconsapevolezza, Vajrakumāra. È la deità effettiva della dharmata che si manifesta come il simbolico mudrā del Glorioso Vajrakumāra, il maṇḍala del palazzo e delle deità.
Pertanto, occorre meditare o contemplare l’intero samsara e nirvana considerandoli un’unica entità del maṇḍala del Glorioso Vajrakumāra. Il maṇḍala del palazzo e delle deità non costituisce solo un’immagine, ma la manifestazione effettiva della consapevolezza di sé: la grande saggezza beata del Guru Vajrakumāra. Non solo le deità principali e il loro seguito, ma anche i loro troni, i palazzi celesti, gli alberi circostanti e ogni altro dettaglio, condividono tutto la natura della buddhità, dotati di perfetto abbandono e realizzazione, e delle tre qualità di saggezza, compassione e potere.
Nel frattempo, qualunque cosa sorga – che si tratti di deità o demoni, sogni o visioni da svegli belli o brutti che siano, suoni piacevoli o sgradevoli, o pensieri di deliziosa quiete e di movimento sgradevole – non sperare in essa né temerla, e non accettarla né rifiutarla. Riconoscila invece come autoconsapevolezza, natura dei tre maṇḍala di Vajrakumāra. Mescolandola inseparabilmente con la consapevolezza e considera tutte le apparizioni come gioco dinamico dell’autoconsapevolezza: il corpo, la parola e la mente illuminati del Glorioso Vajrakumāra. Questa costituisce una profonda istruzione per rimuovere ogni ostacolo e interferenza.
Il mendicante di nome Mati scrisse questo su richiesta del suo fratello minore, Tsultrim Zangpo.
| Tradotto da Sergio Orrao, con la revisione dal tibetano di Anna Yeshe Dorje (2026), dalla traduzione dal tibetano di Stefan Mang e curata da Han Kop, per il Progetto Longchen Nyingtik, 2026.
Bibliografia
Edizione tibetana
che mchog don grub rtsal. ‘che mchog don grub rtsal gyis mdzad pa’i phur pa’i dmigs rim’. In kun mkhyen gong ‘og gsung gi rgyab chos skor. (Pe cin: mi rigs dpe skrun khang, 2020. Vol. 48, pp. 409–412.
Versione: 1.0–20260501
